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ESPERIENZA AD ISMANI

 

 

ASANTE Ismani di Roberta Di Rosa

Ma sei sempre lo stesso!!! di Emanuele Curtopelle

Stare tra la gente di Giovanna Gelardi
Piscopo

La mia Africa di Tommaso Paci

Allegria e Parotite di Salvador Puntes

Ad Ismani, per amore di Giovanna Gelardi Piscopo

Di ritorno da Ismani - 1992 di Iole Gambino

Il momento di donare ciò che avevo ricevuto di Mimmo Gambino

Dal dare all’esserci: evoluzione di una aspirazione di Roberta Di Rosa

Un laico in missione di Giacomo Daina

Viaggio in Africa “aspettando Godot” di Valeria Mistretta

GIORNI AFRICANI - Riflessioni in forma di diario di Alberto Todaro



 

 

ASANTE ISMANI

di Roberta Di Rosa

Siamo partiti il 29 luglio, alcuni di noi appena dopo l’uscita del lavoro, che quest’anno più di tanti altri sembrava non volerci lasciare andare.

Gruppo in partenza: dodici persone, variamente "assortite", conosciute per lo più negli incontri di preparazione al viaggio.

Diverse età, diverse professioni, diverse storie di vita; denominatore comune: la decisione e la voglia di andare incontro ad una esperienza importante.

Viaggio lungo, siamo arrivati alla Missione dopo tre giorni di viaggio, tra autobus, aerei, scali tecnici e tappe varie.

Siamo arrivati la sera, nel buio si vedeva solo qualche lampada a petrolio accesa sulla soglia di capanne lungo la strada e poi le luci della Missione, dove ci aspettavano tutti, ragazze, suore, amici, davanti il cancello e per accoglierci cantando "Karibu, Karibu wageni wetu" - Benvenuti ospiti nostri – e ballando intorno a noi, questi bianchi scesi dal pulmino a noleggio, sfatti dai 700 km di viaggio e stralunati per tutte le cose nuove di cui gli occhi avevano già fatto incetta per strada durante tutto il giorno.

Ballando ci hanno accompagnato a cena, forse un po’ inteneriti dalle nostre facce confuse, che riflettevano sentimenti che andavano dalla commozione per l’accoglienza e all’incredulità che tutta quella festa fosse proprio per noi. Due chiacchiere dopo cena con P. Angelo e P. Luigi, un giro fuori dalla Missione per vedere la chiesa sotto le stelle africane… e una rapida collocazione nelle nostre stanzette, giusto il tempo di sistemare due cose prima che si staccasse il generatore e si restasse senza energia elettrica.

Non ci siamo concessi grandi periodi di adattamento… l’indomani ci aspettavano già quaranta bambini con le loro famiglie, per iniziare il giro di verifica delle adozioni a distanza per cui subito pronti!

Tre persone per le foto e la consegna dei pacchi ai bambini, quattro al magazzino a preparare i materiali da distribuire, qualcuno in cucina per dare una mano a chi doveva di colpo nutrire quindici persone invece che due, qualcuno al cantiere, per vedere i lavori fatti nel corso dell’anno, e iniziare a dare una mano per mandare avanti il progetto e la costruzione della casa per i bambini.

La prima domenica si festeggiava nella chiesa di Ismani la festa del ringraziamento, dopo il raccolto. Nonostante il raccolto di quest’anno fosse scarso, e tutti fossero preoccupati al pensiero di doversi procurare altrove il necessario per la semina e per l’alimentazione, hanno festeggiato lo stesso, in modo sincero, gioioso, per quello che comunque avevano avuto e per il fatto di essere comunque lì insieme, figli di uno stesso Padre, accomunati non solo dalla povertà o dai problemi, ma anche e soprattutto dalla fiducia in Lui.

Anche nei villaggi, dove andavamo per visitare i bambini adottati a distanza, partecipavamo alla Messa che il sacerdote mensilmente celebra nelle comunità. Abbiamo visto chiese di tutti i tipi, alcune belle, nuove, in cemento, altre in pietra, altre di fango, con il tetto di paglia, e in tutte la cosa per noi più nuova era la partecipazione, il desiderio, l’attesa con cui aspettavano questo appuntamento mensile, la fila ordinata e silenziosa delle persone per le confessioni, i canti e le danze per l’offertorio, quando veniva da chiedersi veramente cosa potessero offrire, persone senza scarpe, con i vestiti laceri, che si alzavano e andavano a depositare ai piedi dell’altare quello che potevano.

Volta per volta ci hanno chiesto di presentarci al termine della Messa, uno per uno, con la traduzione di P. Luigi, per conoscerci e cogliere, dalle poche parole che riuscivamo a dire per l’emozione del momento, chi eravamo, cosa facevamo lì, e a ringraziarci comunque per il solo fatto di essere venuti a condividere un pezzettino minuscolo della loro vita quotidiana.

E i bambini, dentro le chiese, a centinaia o a decine, di tutte le età, ma sempre in silenzio, con un senso del sacro che da noi si stenta anche solo ad immaginare, pronti poi una volta fuori a scatenarsi in una animatissima partita di calcio con i wazungu (i bianchi) o in una passeggiata per farci esplorare i loro territori, e a assediarci per una caramella, un palloncino, una penna o una matita.

Momenti sereni, momenti forti, di incredulità, di rabbia, quasi, come quando abbiamo visto arrivare alla Missione alle tre del pomeriggio una mamma con una bambina legata sulla schiena, che arrivava a piedi da un villaggio lontano, era partita alle sei del mattino… portava la sua bambina perché l’aiutassimo con le adozioni, ma non aveva neanche la forza di raccontare la sua storia; era magra e stanca, la bambina non reagiva nemmeno di fronte al riso e alle banane, ed era tutta pelle, ossa e pancione: pesava sette chili e aveva due anni. Dopo un litro d’acqua e un piatto di riso la mamma inizia piano piano a raccontare: ha ventitré anni, il padre della bambina era morto da qualche mese, lasciandola senza niente, nemmeno una casa, lei veniva da una città troppo lontana per tornare indietro, mangiava quando qualcuno del villaggio la invitava a casa sua.

Sono rimaste poi alla Missione, affidati alle cure della nostra dottoressa, e già la sera della nostra partenza, dopo quindici giorni di cure, Susana, la bambina, seguiva il ritmo della musica e pur non camminando, sorrideva e accennava movimenti di ballo in braccio a noi. Ma è difficile dimenticare una bambina con gli occhioni grandi e con ossicini esili che non riesce a mangiare, che non conosce lo zucchero, che prende a uno ad uno i chicchi di riso.

È andata avanti così, giorno per giorno, la nostra esperienza, e i giorni di lavoro alla missione si sono alternati a quelli nei villaggi, dove un gruppetto andava per il giro delle adozioni, a qualche scappata in città per piccole spese e per respirare un po’ di consumismo e di smog, dopo tutto l’ossigeno e la libertà dell’altipiano.

Ma per quanto mantenessimo questi contatti con la "civiltà", che fatica al ritorno!!! Gli ultimi giorni del mese, trascorsi a Dar Es Salaam ci hanno forse aiutato a riprendere i contatti con una vita fatta di interruttori per accendere e spegnere la luce, di cucine a gas, di macchine a cui fare attenzione prima di attraversare una strada, di rumori e confusione, di gelati e di telefonini, di spiagge e di mare, di negozi e di ristoranti.

Cosa resta di questo viaggio? Sicuramente più a noi di loro che a loro di noi. A me personalmente il senso di gratitudine per come mi hanno accolto, sopportato le mie difficoltà a capire e farmi capire, per come hanno riso con me e per la fiducia con la quale mi hanno raccontato le loro storie, per le poche loro fatiche che sono riuscita a condividere e per tutte quelle che mi hanno risparmiato affettuosamente.

Ancora una volta, posso solo dire asante, grazie, per il privilegio di vivere questi giorni, e per i frutti che nella mia vita non cessano mai di arrivare, portati dall’esempio della loro forza e della loro fede nel futuro.

Ma sei sempre lo stesso!!!

di Emanuele Curtopelle

Non è per niente facile esprimere con parole un’esperienza così intima, soggettiva e singolare come " l’ Africa". 

Su di una cosa voglio rassicurarvi: l’Africa non mi ha cambiato!...

L’Africa non cambia nessuno!!!

C’è questa strana e diffusa convinzione in giro " chi va in Africa torna diverso" . E’ curioso vedere amici e conoscenti incontrarmi per la prima volta al ritorno dal viaggio , girarmi intorno guardandomi da capo a piedi, e quasi stupiti fissarmi e dire "ma sei sempre lo stesso?!?! ". Quasi… quasi…sono talmente convinti che l’Africa "TI CAMBIA" che cercano un cambiamento anche nell’aspetto fisico!

Se devo essere sincero anch’io, prima di partire, pensavo che l’Africa potesse cambiare una persona, e vi giuro che questa era, dell’esperienza, la cosa che più mi terrorizzava. Più di ogni malattia, di qualsiasi animale feroce, mi preoccupava il fatto di poter tornare "DIVERSO" e mi dicevo "IO NON VOGLIO CAMBIARE". 

Comunque, indifferente ad i miei pensieri, a ciò che gli altri mi dicevano, ed a ciò che anche la radio mi diceva con la sua canzone…."prima di partire per un lungo viaggio porta con te la voglia di non tornare più….( ….ed io aggiungerei ….lo stesso!!!)" , mi sono imbarcato!

Non vi racconterò dei fatti che hanno scandito le mie cinque settimane laggiù, ma vi parlerò del famoso "cambiamento"….o meglio "NON cambiamento"! Oggi, posso affermare con assoluta certezza, e rassicurare chiunque abbia lo stesso timore, che l’Africa non cambia nessuno ( …se non chi vuole tornare diverso!...ma in quel caso l’Africa è un pretesto!). Senz’altro, comunque, l’Africa mi ha dato certezza sull’esistenza di alcune realtà, e ha cambiato alcuni miei punti di vista ampliandomi l’orizzonte.

 "Mi ha dato certezza sull’esistenza di alcune realtà" vuol dire: purtroppo siamo talmente abituati a vedere in TV i bambini deperiti o con il pancino gonfio…d’aria…o tanti altri flash di povertà che quasi non ci impressioniamo più di tanto!!! AMICI queste realtà esistono veramente….Io (uno di Voi) le ho viste con i miei occhi da vicino e non più da dietro un teleschermo comodamente seduto davanti una tavola imbandita di ogni ben di Dio ( …. che qualche volta magari non apprezziamo a dovere!) ed a migliaia di Km di distanza! Amici io ho vissuto in questa realtà e vi assicuro che non è facile starci, ed è altrettanto brutto pensare a quanto spreco si fa dalle nostre parti, dopo aver visto che un po’ più lontano da noi si muore anche di fame!

 "Ha cambiato alcuni miei punti di vista ampliandomi l’orizzonte" significa: effettivamente una sorta di cambiamento si subisce ed è proprio quello dei "punti di vista". Quando si esce dal proprio giardinetto (piccolo mondo quotidiano) e se ne conosce un altro diverso e più grande, i punti di vista si spostano, quasi ponendosi su un "piano più elevato" ampliandoci così l’orizzonte dandoci la possibilità di vedere più in là della punta del nostro naso!

Lascio a voi, cari Amici, ed alla vostra immaginazione altre considerazioni e riflessioni, consigliandovi, per chi lo "VUOLE", di andare a vivere "L’AFRICA", senza pensarci poi più di tanto! Un’ ultima cosa prima di chiudere…..Amici Io non sono ne un ragazzo speciale ne un supereroe!....sono un ragazzo normale che un po’ incoscientemente (…forse!!!) un giorno ha detto…….VADO A FARE IL VOLONTARIO IN AFRICA !!!!!

"LA MIA AFRICA…"

di Tommaso Paci

Stavolta non si tratta del solito film…Tutti abbiamo immaginato "La mia Africa…", prima di partire. Nostra la trama, nostra la sceneggiatura, la scenografia e fotografia su cosa sarebbe successo "laggiù". 

In preda ad un (quasi) irragionevole entusiasmo ci siamo lasciati andare alle fantasie più disparate. Certi che la nostra presenza sarebbe stata la più efficace - perché sempre eroi di noi stessi -, i nostri pensieri andavano alle imprese tra le più singolari e audaci. Immaginateci lì, noi, i "wazungu" (bianchi), vestiti bene, con i soldi a palate (chiaramente per loro), portavamo caramelle, vestiti, provviste di ogni tipo, la cultura, il progresso. Sempre pronti a prodigarci pei i bimbi, soggetti predominanti delle nostre idee di benefattori, dal semplice sorriso ad un abbraccio di solidarietà. 

Ci siamo immaginati abbracciati a loro o a giocarci insieme per suscitare chissà quale particolare commozione in chi ci avrebbe rivisti nelle foto o ascoltati nei nostri racconti. Ci siamo immaginati sulle grandi TOYOTA della missione pronti a partire per salvare dal bisogno interi villaggi sperduti nella savana, specie quelli situati nei pressi della missione che avrebbero potuto godere del nostro costante passaggio. La gente del villaggio nel vedere la TOYOTA avrebbe pensato di essere finalmente salva da tutto. Re e regine incontrastati e benvoluti. 

Il tutto accompagnato da risonanti e appaganti complimenti della gente – in Italia - che sapeva della nostra prossima missione in terra di nessuno: "Bravi"…,"Che coraggio"…,"Io non ne sarei capace"…, "Sei speciale"… "Che animo nobile"..., ecc …ecc…

Beh adesso siamo qui.

 Ciak si gira. 

Dio!!! Eccolo il continente delle mie imprese e prodezze. Ecco le case dove vivono…ma sono di terracotta con tetti in paglia, niente porte né finestre … e il bagno? E questa puzza? E i letti? Ma quelle sono galline, cosa ci fanno in casa con loro? E quei porci? Sono come i cani davanti alle nostre case posti a guardia...Eccoli, finalmente, gli occhi dei bambini che avevo immaginato o visto nelle foto. Ma…cosa succede? Non riesco a fissarli…che profondi e che…affamati…Quei bambini hanno sete, sono disidratati; ma sono sporchissimi…come faccio a toccarli??!!!…Beh magari mi avvicino solo per una foto e poi...Dio!!! Attento...hanno l’AIDS!!!! Il padre e la madre morti entrambi per quel terribile male…Ragazzi si mangia sù a tavola…tavola? Quale tavola? Dai oggi siamo ospiti al villaggio…piatto speciale...riso pollo e fagioli, il tutto servito freddo e, se siamo fortunati, avremo un cucchiaio (il massimo se fosse anche pulito) con cui mangiare!!! Mi passi l’acqua? No, non puoi berla, non è minerale. Ma ho sete…non fare il bambino aspetta e se non arriva berrai appena arrivati alla missione. Siiiiiiiiii!!! 

La missione, il nostro paradiso: stanze da quattro persone con bagno in comune con altre quattro, doccia fredda, finestre senza chiusura con sveglia incorporata (luce del giorno), qualcuno che russa o grida nel sonno, acqua color paglierino con cui lavarsi denti e mani e, chiaramente, con cui cucinare!!! Ehi guarda…un cobra nel giardino!! Ma dai smettila…Giuro è vero!!! Ragazzi chiudete le porte, la notte potrebbero venire a farvi visita degli scorpioni!!! Senti questi rumori? Cosa sono? Niente non preoccuparti sono solo iene nei paraggi della missione. Ah bene, meno male che alla porta c’è gente armata!!!!

Buongiorno ma…cosa hai in viso? Nulla, stanotte ho fatto a botte con le zanzare. Ah già …ho sentito che anche M. è stato punto dalle zanzare, adesso è a letto con la malaria!!!

EHI FERMA TUTTO…Questo non è il mio film…lì non c’era tutto questo. Non c’era nulla di tutto questo! 

Non c’era lo svegliarsi ogni giorno alle 6:30, perché è a quell’ora che il villaggio (quando si sveglia tardi) comincia a vivere. Non c’era l’acqua da diluire con Amuchina sempre e comunque. Non c’era il problema dell’acqua calda, della luce che non c’è, non c’erano così poche certezze su tutto ,(è alla base del loro modo di vivere). Non c’era la strada piena di polvere da terra rossa a sporcarmi i vestiti appena indossati e così dissestata, da farmi star male ad ogni più piccola buca seduto nel retro di una TOYOTA. Non c’era il rischio continuo di contagio da chissà quale malattia o da chissà quale morso di un qualunque animale. Nel mio film tutto questo non c’era. Non c’era tutta quella gente malvestita e maleodorante, fortunata già nell’essere lì - a volte arrivavano così stanchi dai villaggi più lontani da rischiare di morire dopo giorni di digiuno e interi chilometri a piedi -. Seduta per terra nello spazio antistante il tavolinetto delle adozioni stava una bambina: padre e madre morti, età?…forse 12 anni!!!...vive con i nonni che non possono lavorare e quindi niente cibo (lì non c’è la pensione).

Ma…non c’era neppure il continuo e festante benvenuto di tutti quelli che ci accoglievano affettuosamente. Non c’era quel calore e quella profondità nello sguardo e nel sorriso ricambiato da un bambino a cui avevi appena dato una caramella o anche semplicemente allungato la mano per salutarlo. Ma……anche da un adulto a cui avevi regalato la cosa più brutta che ti sei portato laggiù, (perché sono proprio quelle cose che mandiamo laggiù sentendoci appagati e felici per il gesto e anche perché siamo riusciti a svuotare l’armadio delle cose più inutili).

 Non c’era la gioia negli occhi di quei ragazzi che, pur non avendo nulla, ti guardavano sereni e sempre pronti ad accettare tutto quello che la vita gli potesse riservare (cominciando proprio dai nostri avanzi di qualunque genere). Non c’era il viso di quella madre che ti guarda quasi mortificata, ma grata, quando portavi qualcosa da mangiare al proprio bambino, non appena uscito dalla mensa dove avevi consumato il pranzo o la cena.

 Non c’era quella forza in ognuno di loro nel ringraziare sempre e comunque per quello che si possedeva ( salute per prima!!!!). Non c’era…..non c’era tutto quello che il mio animo, poco sensibile dall’occidentalizzazione, non mi ha fatto cogliere nel mio film…… E quella cosa!!! 

Chissà cos’era….si!!!! Chissà cos’era quel qualcosa che si avvertiva ma non si riusciva a cogliere a pieno…..quel qualcosa che……boh!!!!! Qualunque cosa sia…….ha la forza e la caparbietà di farmi voler tornare "laggiù" già da quando, appena partiti, si ha la sensazione di aver chiuso la porta ad un altro mondo

ALLEGRIA E PAROTITE

 di Salvador Puntes

Vorrei raccontarti, caro e paziente lettore, la mia personale esperienza a Ismani, in Tanzania, e proverò a farlo utilizzando due parole come guida: allegria e parotite.

Ti chiederai che senso abbia utilizzare queste due parole, forse dubiterai che sia un indovinello... No, sono due parole, gruppi di lettere pieni di significati diversi per te e per me, con le quali posso frenare l’impulso insolente di trasmetterti una immagine sensibile, scarnificata e coloniale dell’Africa, che affiora dai pori della mia pelle quando rivivo nel ricordo i giorni passati lì.

Queste righe che scrivo, amico lettore, sono dedicate sia a tutti gli uomini, le donne e i bambini che continuano a vivere a Ismani, e sia a te, che hai l’interesse, la curiosità e la sensibilità per leggere queste pagine che parlano di loro e di noi: di esseri umani.

Allegria: ti sembrerà strano e insolente che ti si parli di allegria riferendosi a persone che, fino ad oggi, hai visto in televisione, prese da disgrazie apocalittiche, coinvolte in tutto quello che dà paura e preoccupazione, in situazioni che non augureresti nemmeno al tuo peggiore nemico. Non voglio impressionarti con l’elenco di tutti i mali che ho visto, insulterei la tua intelligenza, anche se posso dirti che i mali da loro cavalcano come i cavalieri dell’apocalisse, ma non su quattro cavalli, piuttosto su un intero branco.

Anche noi, e tu lo sai, abbiamo i nostri mali, i nostri cavalli appestati che sono ugualmente crudeli e inumani. I mali si distribuiscono nel mondo in modo arbitrario tra tutti gli esseri umani. In un certo senso intendo dire che siamo ugualmente "disgraziati", noi e loro, anche se agli occhi di noi primo mondo, loro appaiano più sfortunati.

Però stai attento, lettore, e non lasciarti portare né dalla compassione nè da facili emozione "caritatevoli", perché questo ti impedirebbe di vederli come tuoi pari, di rispettarli e, ancora più importante, di apprendere da loro.

E l’allegria delle persone di Ismani è una emozione, tramutata da loro in una attitudine vitale, che puoi, possiamo apprendere.

Certo in questo momento ti chiedi come si possa essere allegri in mezzo a tante disgrazie. È facile (e questa è la lezione che ti offro dopo averla appresa a mia volta): l’allegria (ridere, essere contento, essere ospitale, non vedere solo i tuoi problemi, ascoltare l’altro, condividere quello che si ha, dare la mano, …) viene data dal saper godere di quello che si ha, non per il fatto di ottenere quello che ti manca. Non mi fraintendere. Non è una posizione conformista del tipo "le cose sono come sono e ognuno ha un posto e una vita predeterminata". Al contrario, l’allegria delle persone di Ismani è rivoluzionaria, perché inverte i termini dell’equazione: non saremo più allegri per il fatto di possedere quello che non abbiamo, e che con la sua mancanza, ci rende tristi.

Saremo allegri per il fatto di avere ogni giorno la possibilità di godere con gli altri di quello che abbiamo. E, caro lettore, se pensi un poco a tutte le cose che ti sono date quanto apri gli occhi ogni mattina, vedrai che non ti mancano motivi per essere allegro, perché quello che hai supera di molto quello che ti manca.

Parotite. Permettimi che mi arrabbi, che ti trasmetta la mia rabbia infinita, che condivida con te la mia delusione di fronte il nostro egoismo, che ti chieda di unirti al mio grido per dire ADESSO BASTA!

Adesso basta di restare ciechi di fronte a tanto dolore, di fare finta di niente di fronte a tanta ingiustizia, di passare la vita senza guardare ai margini; di permettere che i potenti ci incantino con il fuoco fatuo del possesso; di accettare senza reagire che si distribuiscano le risorse come se la Creazione fosse solo nostra, come se fossimo nati come unici eredi di questo mondo.

Adesso basta di voler ascoltare solo quello che ci piace; basta essere buoni rinunciando alla critica, al dissenso, ad essere diverso per il fatto di avere una opinione differente dalla massa. Adesso basta.

Lettore, abbiamo davanti un’ardua battaglia per recuperare la nostra umanità e la nostra dignità, prima che la loro. Per potere, un giorno, tornare a considerarci membri della razza umana, per sentirci, tu e io, in pace con noi stessi e con gli altri.

E questo giorno arriverà, amico lettore, quando mai più accadrà che un bambino, un solo bambino, perda per sempre l’udito per non avere ricevuto le cure per una semplice parotite.

Perdonami se ti sono sembrato brusco nella conclusione. Però, a questi livelli di conversazione, già ti considero un amico e, come Don Chisciotte e Sancho Panza, gli amici sono coloro che sempre concordano con te che gli avversari sono giganti e non semplici mulini a vento.

STARE TRA LA GENTE

Di Giovanna Gelardi Piscopo

Stare tra la gente: può significare tante cose e nulla.

Io ho sperimentato cosa può voler dire se "la gente" è quella di Ismani. 

Dovunque arrivi sei ben accolto, canti e danze di benvenuto ti fanno percepire la gioia che dai solo per il fatto di essere là: davanti ad una capanna, dove manca tutto, acqua, luce elettrica, mobili e anche il cibo ti senti in una reggia.

Partecipi spontaneamente alle danze ed accetti una tazza di thè come se lì tu fossi cresciuto e ti trovassi nel tuo ambiente.

Basta molto poco alla popolazione di Ismani per essere felice, un po’ di polenta, qualche spicciolo per comprare i generi di prima necessità, e i figli che ti girano attorno e che rendono gli spazi naturali ambienti vivi, gioiosi, e le loro grida riempiono l’aria.

E tu di questa vita ti senti partecipe, come se le comodità di casa tua non fossero mai esistite, le hai dimenticate per entrare in una atmosfera fatta di naturalità, religiosità, vaolri umani.

È incredibile come si riesce a comprendersi e a dialogare pur conoscendo solo poche parole di swahili. Forse perché il linguaggio dell’amore, dell’accettazione e del rispetto reciproco comprende e supera la conoscenza di tutte le lingue.

Quanti sfoghi, quante confidenze, quante risate quando si sta "tra la gente", perché Ismani ora la gente non è più una massa anonima, ma sono volti, persone e personalità distinte l’una dall’altra, che sanno ricevere ma anche dare, che parlano ma sanno ascoltare, che vogliono essere accolti e considerati, ma che sanno accogliere e considerare.

Quest’anno purtroppo non potrò venire, ma quanto mi manchi, Ismani! 

 

 

Di ritorno da Ismani - 1992

di Iole Gambino

Pur consapevoli, di quanto poco, un articolo possa avere pretesa di testimonianza sull'Africa, la ricchezza di un'esperienza come quella nella Missione di Ismani è cosi unica per il suo contenuto umano e spirituale, che non si può fare a meno di parteciparla.

Proprio per questa ricchezza, però, difficilmente le parole riusciranno a rendere tutto ciò che abbiamo visto ed imparato in un mese di permanenza ad Ismani e dintorni.

Soltanto conoscere ed avere la possibilità di vivere accanto alla santità dei missionari, laici e religiosi che abbiamo incontrato, avrebbe potuto cambiare la vita a ciascuno di noi.

Forse gente normale, non martiri, non eroi, ma instancabili nel loro costruire ed organizzare.

Sacerdoti che si muovono in una parrocchia dell'estensione di tutta la diocesi agrigentina, e devono saper essere all'occorrenza medico o acconciatore per spose, amico fidato o autista, levatrice o sarto, e tutto con lo stesso amore, con lo stesso entusiasmo, con lo stesso sorriso. Sempre, senza sosta.

La prima cosa alla quale pensi, conoscendo Mintonia e Maria Ausilia, missionarie laiche di Usolanga, è la carità.

Proprio alla luce di questa, le esigenze altrui vengono anteposte alle proprie, anche se di estrema necessità. Neanche la febbre malarica ha impedito a Mintonia, unica responsabile del dispensario, una sorta di ospedaletto con scorte farmaceutiche, di preoccuparsi di adulti e bambini che arrivavano a chiedere aiuto. Ed è stato ad Usolanga che, al nostro arrivo, abbiamo assistito alla morte di un bambino.

La compostezza della madre, non ci ha impedito di provare una tristezza "particolare", dovuta al fatto che, forse si sarebbe potuto salvare. Infatti, nonostante il bambino fosse malato di malaria, la sua morte è stata ulteriormente accelerata da una tribale usanza, sostenuta dalla credenza secondo la quale, quando il bambino si trova in uno stato di salute precario, temendo una imminente quanto improvvisa morte, viene fasciato per impedire che muoia con la bocca aperta, chiamando in tal modo, al suo stesso destino, altri bambini.

Forse questo episodio potrebbe fare immaginare quanto sia difficile operare in una situazione disastrata, non solo da un punto di vista igienico sanitario, ma anche a causa di una cultura radicata, legata ad un passato tribale, che solo con l'ausilio di una adeguata struttura scolastica si potrebbe migliorare, rendendo questo popolo emancipato e libero di cominciare a costruirsi un futuro dignitoso.

Per dare un idea più reale sulla scuola, proprio vicino ad Ismani, a due Km dalla Missione, stanno costruendo una scuola secondaria professionale. Fino a quando non sarà terminata, in un territorio più grande della provincia di Agrigento, soltanto 25 massimo 30 ragazzi all'anno avranno la possibilità di continuare gli studi oltre i 12-13 anni, ed imparare un mestiere oltre a quello tradizionale del contadino.

Così proprio il mese scorso, mentre eravamo ed Ismani il rappresentante regionale del governo ha chiesto di incontrarci, per proporre a noi, in qualità di rappresentanti della chiesa Agrigentina, una collaborazione per la costruzione della scuola. Il Governo ha già tassato tutti gli abitanti della zona, in maniera proporzionale alle loro sostanze, ma comunque particolarmente gravosa per una comunità agricola sulla quale non piove da due anni. Adesso chiedono il nostro aiuto. In che misura sapremo rispondere?

È assolutamente doveroso, a questo punto, precisare che comunque nessun insegnamento, nessun progresso, potrà mai dare a questo popolo maggiore dignità personale di quella che essi sanno naturalmente dimostrare, pur in condizioni di indigenza e malattia.

Sono per loro doti naturali la danza, la musica, ed è impossibile non fermarsi ad ammirarli seduti sotto gli alberi a scolpire l'ebano con un gusto e un'arte degni delle più antiche civiltà, ed è difficile non raccontare ancora, del loro senso di ospitalità, di come sanno far sentire casa tua la loro casa di fango, dalla quale non ti permetterebbero mai di andare via senza aver portato con te un loro dono, sia esso una gallina o un piatto di patate. Questa è la generosità di chi non sa se domani avrà da mangiare o se ciò che potrà mangiare sarà esso stesso causa di morte.

Cosi è in questi mesi, per gli abitanti dei poverissimi villaggi attorno al lago di Migoli, che per una epidemia di colera si trovano a dover scegliere tra il digiuno e la morte avendo quale unico alimento il pesce del lago inquinato.

Eppure, sembra che questa tremenda realtà, della lotta quotidiana per la sopravvivenza, abbia il magico potere di creare dei santi, e conoscendoli non si può dire che sia una magra consolazione.

Nel guardare le lunghe e composte processioni dove tutti, uomini, donne e bambini, cantando pregano Dio perché mandi la pioggia, impari a ringraziare Dio per il più piccolo beneficio, a non disperare mai, e neanche la morte fa più paura, perché è in quell’abbandono che riscopri la paternità di Dio.

E questa è la loro fede.

In missione, l'abbiamo già detto, si trova gente con una fede particolare e un coraggio particolare, ma anche noi, che particolari non siamo, potremmo vivere la nostra Missione, anche solo mettendo a disposizione di chi la vive lì , i mezzi per agire, i materiali per costruire, l'appoggio per continuare.

Sarebbe estremamente utile avere la possibilità di accorgersi cosa significa, per loro, l'arrivo di un container, pieno di tutte quelle cose di cui noi diamo per scontata l'esistenza, ma di cui loro possono disporre, solo nella misura in cui noi lo inviamo. Loro contano sul nostro aiuto e mancando l'idea del superfluo, niente di ciò che mandiamo va perduto.

Certo è possibile fare sempre meglio e di più. Sono tante le cose che potrebbero farsi, ma perché siano realmente efficaci, sarebbe necessario che dietro ad ogni prete, dietro ad ogni volontario, non ci fosse solo la risoluzione di un soggetto, ma la volontà di molti.

 

"Il sole splendeva forte e nitido nel cielo sereno di un piccolo angolo d'Africa: era arrivato il momento di donare al mondo ciò che avevo ricevuto dal Signore "

di Mimmo Gambino

La mia prima esperienza in missione ad Ismani risale ai mesi di ottobre e novembre 1999, quando a nome e per mandato della mia fraternità di Agrigento intrapresi il mio cammino verso "il sentiero della vita" alla ricerca del volto del Signore:

" Il Tuo volto Signore io cerco ".

Ho sentito gioia per l'incontro con comunità cristiane ricche di fede, ho provato rabbia per le ingiustizie ancora presenti, commozione di fronte al sogno di un'umanità nuova che faticosamente ma lentamente si va costruendo in questo paese
Non posso dimenticare la mia meraviglia vedendo in concreto la povertà e la miseria diffusa in Tanzania evidente già appena fuori dall'aeroporto. Non avevo parole, perché era mortificante vedere quest’altro mondo che, a differenza del nostro, non ha neanche il necessario per vivere dignitosamente. I primi giorni sono stati i più duri, e chiedevo al Signore la forza di sapermi confrontare con questa realtà.

Qui ho incontrato persone stupende, missionari in carne e ossa che mi hanno donato la gioia e la forza di andare avanti, senza fermarmi davanti alle difficoltà che si incontrano, anche quando sembrano insormontabili. Questo mi ha portato a fare l’esperienza di un concreto affidamento alla Provvidenza del Signore, che può tutto. Ben presto le difficoltà che avevo trovato all’inizio divennero cose che non mi appartenevano più, e nonostante mi trovassi in una situazione un poco precaria, io mi trovavo bene e mi sentivo giorno dopo giorno uno di loro. La testimonianza più bella e più ricca per me sono stati i bambini. La semplicità, l’umiltà di quel villaggio, di quella gente, mi ha trasformato il cuore.

Tante volte ti ho chiesto Signore:

Perché non fai niente per quelli che muoiono di fame?

Perché non fai niente per quelli che sono malati?

Perché non fai niente per quelli che non conoscono l'amore?

Perché non fai niente per quelli che subiscono le ingiustizie?

Perché non fai niente per quelli che sono vittime della guerra?

Perché non fai niente per quelli che non ti conoscono?

Io non capivo, Signore.

Allora Tu mi hai risposto:

Io ho fatto tanto;

Io ho fatto tutto quello che potevo fare:

Io ho creato te!

Ora capisco, Signore.

Io posso sfamare chi ha fame.

Io posso visitare i malati.

Io posso amare chi non è amato.

Io posso combattere le ingiustizie

Io posso creare la pace.

Io posso fare conoscere Te.

Ora ti ascolto, Signore.

Ogni volta che incontro il dolore tu mi chiedi:

Perché non fai niente?

Ho potuto sperimentare nel vero senso della parola il vangelo di Gesù, che dice di non affannarci nel conservare beni materiali, ma di cercare quelli spirituali, perché sono i soli che realizzano la nostra vita e ci rendono ricchi spiritualmente. Veramente la povertà e la semplicità mi hanno avvicinato tanto al Signore, e con quelle persone, con quei bambini ho constatato quanto poco basta per essere felici: un segno di amore, un saluto, un sorriso, la loro gioia di sentirsi pensati e amati. Mi sono sentito a disagio, perché mai avevo avuto, così, di fronte a me il problema della fame e della povertà.

 Ho scoperto e visto tante cose in una luce nuova, ho conosciuto persone di cui ho condiviso anche i problemi, "puoi dimenticare le persone con le quali hai riso, ma mai quelle con cui hai pianto." Non tutto era bello: ho visto con i miei occhi tanti bambini che spesso muoiono per malattie banali, o perché non ci sono medicine, o perché costano troppo.

L'esperienza missionaria fatta in quelle zone così travagliate anche solo per poche settimane, consente di avere un approccio diretto e immediato con la cultura africana, ma soprattutto stimola una grande riflessione autocritica sulla nostra società e sui nostri modelli di vita.
Aiutami, Signore, ad essere le tue mani.
Il tuo volto cerco Signore !!!


Ad Agostino: orfanello Masai, sordo, muto, cieco, ammalato di cuore e di tubercolosi che il Signore mi ha fatto incontrare in terra di missione, cambiandomi la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal dare all’esserci: evoluzione di una aspirazione.

Di Roberta Di Rosa

La prima volta che sono partita per Ismani avevo 21 anni e tutte l'entusiasmo e l'anelito per la missione di chi è cresciuto leggendo Italia Missionaria (la riviste del PIME per i ragazzi).

Tanto entusiasmo, dicevo, ma anche un'idea molto particolare della missione, molte idealizzata, dovuta probabilmente alla mia immaturità, e al tipo di missionarietà "di moda" tra chi non ha mai avuto un reale confronto con un mondo diverso da quello in cui vive.

Andavo, secondo me, ad aiutare, a fare, a portare.

L'esperienza, con queste premesse, si rivelò in gran parte una delusione. Ci sentivamo "inutili", eravamo arrivati in un mondo che, lungi dal correrci incontro a chiedere aiuto, ci accoglieva con affetto, come cari ospiti, e spesso manifestava una certa indulgenza nei confronti della nostra mentalità, dei nostri usi, delle nostre abitudini quotidiane. Nel diario di quel viaggio continuavo a scrivere "Io sono qui, ma dov’è l'Africa?" e per Africa intendevo quella di cui avevo letto in tanti giornali e in tanti libri, o visto e sentito in televisione.

Dopo mesi di distanza dal ritorno, ho capito invece che avevo avuto il privilegio di vedere "l'Africa" vera, quella fatta di uomini, donne, bambini che vivono un quotidiano sicuramente molto diverso dal nostro, che lottano, in condizioni estreme, contro la fame, contro le malattie, ma che sono profondamente vivi, parti armoniche di un mondo ricco di cultura, di tradizioni, di vita, di cui la televisione parla raramente. "L'Africa" non è solo essere abbrutiti dalle carestie che intristiscono per un attimo i nostri pasti quotidiani davanti al telegiornale, bambini con il. pancione della denutrizione: sono VIVI, sono bambini che ridono, donne che cantano, uomini che discutono ore davanti ad una birra (anche se locale) parlando con gli amici. E questa loro "normalità" è tanto più preziosa proprio perché è vissuta in quelle condizioni, tra quelle difficoltà.

Questa scoperta, queste radicale cambiamento di prospettiva è stato l’inizio di un vero rapporto; mi ha aperto infinite possibilità di entrare in contatto, quando sono tornata ad Ismani, con la gente, ma mi ha anche insegnato qualcosa che è rimasta nella mia vita di ogni giorno.

Sono tornata lì altre volte, e ogni volta mi è servita per capire sempre più profondarmente l'importanza della scelta cristiana, che è di condivisione, molto prima che di aiuto e di sostegno.

Negli ultimi quattro anni il mio impegno ad Ismani si è concentrato sulle adozioni a distanza. Sono più di 300 le famiglie della provincia di Agrigento e di Roma che seguono i bambini della parrocchia di Ismani, assicurando, con un contributo annue, quanto necessario a loro e alla loro famiglia. E per evitare che questo contributo esaurisca l'esperienza di genitori addottivi, sempre più si sta cercando di creare una rete di corrispondenza tra essi e i bambini; girando per i villaggi, parlando con le mamme e i papà ho sentito spesso in loro il desiderio di avere dei contatti, sia pure esclusivamente epistolari con le famiglie italiane che li aiutano, tanti hanno chiesto di ricevere una fotografia di queste famiglie, per potere dare un volto al sostegno che ricevono.

Il venire in contatto con tutti questi bambini, con le loro mamme, ascoltare le esperienze di queste ultime sul futuro dei loro figli è ogni volta un'esperienza meravigliosa. Sempre più mi accorgo di come l'amore, in tutto il mondo, parli la stessa lingua e viva delle stesse preoccupazioni , degli stessi desideri, degli stessi progetti. Sentire l'angoscia dei genitori per non potere garantire ai bambini un futuro, il loro desiderio di crescere anche politicamente come Nazione per costruire una società libera, democratica, che non costringa i giovani ad andare lontano per sopravvivere, dà la misura della loro consapevolezza, del loro sferzo e nel contempo di quanto sia importante, per noi che ci professiamo fratelli, essere al loro fianco in queste cammino.

Un laico in missione

di Giacomo Daina

Fare un'esperienza missionaria è un qualcosa che segna profondamente ogni aspetto della personalità di un uomo; lo segna ancor di più se quest'uomo è un laico, cioè un uomo la cui spiritualità e la cui "buona volontà" non sono sicuramente solide ed in costante allenamento quanto quelle di un consacrato. Il Signore mi ha voluto bene ed ho avuto la possibilità di vivere due volte questo tipo di esperienza: la prima volta, nel '92, in Tanzania e la seconda volta, l'anno successivo, in Costa d'Avorio.

Da questi due soggiorni sono tornato come se avessi fatto un pieno di benzina al motore della mia anima sufficiente per tutta la vita: spetta solo a me adesso se mantenere acceso questo motore, farlo funzionare bene o meno.

Cosa si vede e cosa si prova in viaggi di questo genere? Si tratta, innanzi tutto, di viaggi fra i veri problemi e le vere sofferenze umane, fra i veri valori. Due situazioni molto diverse quelle dei due paesi: in Tanzania, nella savana, la nostra "civiltà" non è arrivata, la gente vive semplicemente, nella più assoluta povertà, ma contenta di quel pochissimo che ha e che gli consente di vivere; il più grosso problema è costituito dalla malaria e dalle epidemie di colera, meningite ecc. che compiono stragi di fronte alle quali i nostri missionari, pur capaci di far fronte in qualche modo a tutti gli altri problemi, restano, senza aiuti esterni, impotenti e possono solo condividerne le sofferenze con i loro fratelli africani; in Costa d'Avorio, nella foresta, la nostra "civiltà" (tramite colonizzazione) è purtroppo arrivata e ci è rimasta nella sua forma peggiore: tanto per fare un esempio, alcune industrie che lavorano il legno stanno distruggendo tutto, stando a quanto mi diceva l’impiegato di una di queste segherie, che mi informava dei sessanta mila metri cubi di legno tagliati al mese il cui unico ritorno è il lavoro dato alla mano d'opera locale, pagata a 50 mila lire mensili.

E i nostri missionari? Non ho paura di dire di avere visto in loro dei veri e propri angeli mentre con allegria giravano instancabilmente le decine di villaggi a loro affidati per portare la parola di Dio ed aiutare lì a costruire una chiesa, lì a portare urgentemente un malato all'ospedaletto più vicino, lì a zappare, lì assistere un malato in fin di vita, lì ad abbracciare un lebbroso che pure la sua famiglia aveva abbandonato e ... sempre con un sorriso solare sulle labbra, anche con la malaria addosso, la febbre e la nausea. Vi assicuro che conoscere degli angeli è un’esperienza indescrivibilmente meravigliosa, e quanti angioletti vestiti di un sorriso e qualche straccetto addosso mi hanno fatto promettere che non li avrei mai dimenticati. Anche se non li avete visti (ma spero che, chi è nella possibilità di fare questa esperienza, non indugi), anche se noi non siamo abbastanza forti per essere coerenti fino in fondo con il nostro credo cristiano e se abbiamo vocazioni legittimamente diverse, possiamo tuttavia provare a svolgere nel nostro piccolo la nostra missione di amore e di sacrificio disinteressato.

Della esperienza missionaria mi è rimasto impresso soprattutto...

Nel 1992 ho avuto la possibilità di fare un'esperienza di un mese in Missione, ad Ismani, e posso dire con certezza che quella è stata un'esperienza fondamentale per la maturazione del giovane che ero (avevo 27 anni) e per quella di cristiano cattolico, la cui piena definizione non ero mai riuscito neanche a comprendere.

Durante quel mese di permanenza in Tanzania, standoci a contatto quotidianamente, ho capito anche "con il cuore" (che è cosa diversa dal capire solo "con la mente", come è abituato a fare l'uomo moderno occidentale) quali sono i veri problemi ed i veri valori della vita. Ho capito che quello della sopravvivenza non è un problema astratto o sorpassato o buono solo per fare dei talk show alla televisione (con corredi di immagini che servono solo a fare spettacolo, a farci sentire sensibili per dieci minuti e che poi ci lasciano praticamente uguali a quello che eravamo piuma, cioè quasi del tutto indifferenti), ma che è un problema tragicamente vero; ho capito che l'amore per il prossimo, la solidarietà, il sacrificio di sé stessi vissuti fino in fondo e quotidianamente, non sono concetti astratti ed irrealizzabili, ma sono valori che, credendoci, con fortissima buona volontà e con l'indispensabile aiuto di Dio, sono praticati, esistono su questa terra. Io li ho visti e toccati.

Mi è capitato spesso di parlare di questa esperienza con i ragazzi delle scuole in cui ho insegnato e con i colleghi che mi hanno collaborato in iniziative a favore di quei nostri fratelli più sfortunati, e spesso, gli uni e gli altri, mi hanno chiesto che cos'è che rimane più impresso di un'esperienza di questo genere. Ebbene, non ho dubbi nel dire subito che quello che non posso mai togliermi davanti agli occhi della mente e del cuore, sono i nostri missionari: non ho paura nel dire a tutti di avere conosciuto dei Santi!

E' difficile immaginare, se non le si è mai viste, queste persone all'opera: innanzi tutto perché la loro opera dura ventiquattro ore al giorno, che bisogna moltiplicare per mesi e per anni; poi, perché questa opera viene prestata senza mai stancarsi, senza mai arrendersi, sempre con il sorriso sulle labbra (che poi è quel sorriso aperto e senza riserve che, qui da noi, troviamo quasi esclusivamente nei bambini), senza, soprattutto, mai pensare a sé stessi. Tutto ciò non è facile da realizzare neanche nelle migliori delle condizioni materiali e psicologiche, ma se noi pensiamo che questo è il modus vivendi di uomini che hanno lasciato le loro famiglie, il loro paese e tutti gli agi per andare a vivere in mezzo alle malattie (di cui spessissimo sono vittime), alla fame, ad animali e insetti di ogni genere, insomma, in mezzo alla sofferenza umana che lì si materializza in tutte le sue forme e fino all'ultimo grado, allora ... non ci resta che ringraziare il Signore di averci dato uomini simili, di pregare per loro e di cercare di aiutarli ed imitarli almeno un pochino nel nostro piccolo mondo quotidiano, in quella che dovrebbe essere la nostra piccola missione quotidiana.

Viaggio in Africa “aspettando Godot”

Valeria Mistretta

     Luglio. Giorno. Soggiorno di casa.

-          “Vado in Africa”

-          “In Africa? E cosa vai a fare in Africa?”

-          “…Viaggio… Viaggio in Africa”

-          “Ah… dicono sia molto bella: viene il Mal d’Africa”

-          “No. Voglio andare in missione”.

“Viaggio in Africa aspettando Godot”: è questa la risposta vera.

Aspetto Godot già da molto tempo e a forza di aspettarlo ho finito per dimenticare cosa aspetto e alla fin fine ho smesso pure di credere che verrà. Ma vorrei davvero che ci fosse , e presente, così ho deciso: smetto di aspettare e vado a cercarLo. Perché in Africa non saprei dirlo.

Villaggi. Capanne con capanne, strade sterrate e terra rossa. Cani e animali davanti le case, dentro le case. Bambini scalzi, rossi di terra, ‘svestiti’ di cenci che fanno a pugni tra loro, indifferenti alle mosche e al pannolino che non c’è. E madri, madri con bambini in fila da chilometri per raggiungere Ismani dove si rinnovano le adozioni a distanza, dove si può tentare di proporne di nuove o almeno di recuperare dei capi invernali o estivi non importa. Madri o sorelle o zie o nonne o comunque donne, ma anche uomini con figli propri o d’altri più o meno prossimi.

Il ritmo con il quale si avvicendano le loro storie è percussivo e nella ripetizione tornano uguali anche le parole. E’ così che ti formi il tuo vocabolario di dieci parole in swahili. Hanno tutti vissuti simili di lutti precoci, di dolore e di privazioni che sarebbero improbabili se non fossimo in Africa o in un Paese stremato dalla guerra. La guerra qui ha nomi diversi: AIDS, malnutrizione, miseria, epidemia, indifferenza.

Non ho mai visto tanta povertà. Né tanta tenacia nel chiedere.

Chi parla di incapacità nel chiedere non ha mai visto i bambini africani, chi pensa che si possa cogliere rassegnazione nei loro occhi a mio avviso si sbaglia. O quantomeno io non l’ho mai vista. Ho visto la denuncia nel loro sguardo, un “j’accuse” che inchioda proprio perché non si esprime in urla, in manifestazioni con bandiere di partiti e sindacati. Niente offese o accuse ma mani tese, mentre fatti e volti e vite sono lì. Non si mettono in mostra, ma esistono e la loro vita ti chiama in causa e ti addita geograficamente, umanamente, personalmente.

     Di Godot neanche l’ombra…

E a questo punto l’esperienza si fa molto personale: c’è chi si sbraccia subito e si mette in gioco provando nel suo piccolo a recitare un mea culpa che dia un qualche sollievo nel proposito di ritornare; c’è chi somatizza il malessere di trovarsi così spropositatamente vicino a realtà impensabili. Sì perché anche del dolore e dell’ingiustizia si finisce con l’avere un’immagine oleografica, cinematograficamente letterariamente mediata. E c’è chi non ‘fa’ come potrebbe: assorbe. Assorbe in uno stato piuttosto inebetito di sospensione.

Chi fra tutti abbia preso la bastonata più grossa in onestà non so dirlo.

Non si misura la coppa del dolore altrui.

Non si giudica dall’apparenza delle azioni, se è vero che la preghiera più gradita non è quella dei farisei al centro delle piazze; anche se si deve ammettere che la capacità di agire non con eroismi (ché nessuno te li chiede), ma con quotidiane collaborazioni, sarebbe quantomai gradita per non dire necessaria. Ma ognuno lì fa i propri conti: con la propria capacità di vedere, di sentire, di parare i colpi, di donarsi.

C’è chi la sua battaglia se l’è combattuta a casa e lì è più pronto, più capace di gestire le proprie emozioni, sensazioni, azioni. E c’è chi cercava, in stato di assoluta precarietà interiore, delle risposte e si ritrova piegato sotto il peso di domande di cui stenta a comprendere il senso profondo. E non aiuta il trovarsi in una realtà in cui sono diversi anche i parametri spazio-temporali.

Lo spazio è quello della savana: immobile. Il tempo è dilatato, disteso fino all’inverosimile: la cognizione di orario o persino di data è molto relativa.

     “Se non mangi l’Africa ti mangia”- dice padre Angelo.

“In Italia avete la mania dell’Aulin, la prendete per tutto”- dice padre Luigi.

Già… in Italia basta il sentore di un malessere perché ci si cauteli con un farmaco, qui un malato si fa sette ore di cammino a piedi per venire a dire con la sua bocca che sta male.

Qui un ippopotamo ha ingoiato mezzo corpo di un uomo: capita. Capita ad una donna tanzaniana di non potere seppellire il corpo intero del marito.

Qui i bambini impazziscono per pulisu e pipi (palloncini e caramelle).

Qui si dice che un bambino ha approssimativamente dieci anni.

Qui si mettono al mondo saba (sette) figli e non si ha divina provvidenza per sé. Qui …

Non è rassegnazione quella luce nei loro occhi, ma la filosofia dell’akuna matata (nessun problema). Cosa diversa dalla supina accettazione e, piuttosto, prossima alla profonda comprensione che nasce dalla fede.

Se accadono simili cose deve esserci una spiegazione che rientra in un disegno più grande di me, ma che mi comprende; ed in questo io credo. Dev’essere questo. Perché altrimenti non si spiegherebbe il loro sorriso, né quel modo composto di soffrire, né quella capacità incontrollata di far messa gioiosamente, né quella fila interminabile per un offertorio fatto di frutta, di sacchi di riso, di animali e di tutto ciò che si è racimolato con il proprio lavoro. E non si spiegherebbe il mio impreparato trovarmi lì, né quanto mi è accaduto dopo.

Un viaggio in Africa è in realtà un viaggio di sola andata. Sai dire solo la data di partenza, non ha fine. Il viaggio, una volta iniziato, continua anche a latitudini diverse e in esperienze di vita differenti. E…, quanto a Godot, tornata a casa devi dire che se non Lo hai visto deve però essersi fatto sentire se ha operato mutamenti nel tuo modo di considerare il prossimo vicino e lontano e di relazionarti con esso. Se ti viene il persistente sospetto che il tema della tua prima lezione sia stato quello -non facile- dell’umiltà.

GIORNI AFRICANI

Riflessioni in forma di diario

Alberto Todaro

volontario a Ismani nell'estate 2004

 

27 luglio. Non so ancora spiegare, neanche a me stesso, perché sto andando in Africa. Ho alcune motivazioni, in verità, ma forse ne sto cercando altre, che magari troverò soltanto quando sarò là o addirittura quando sarò tornato. E certo non andiamo al villaggio Valtur di Malindi, ammesso che esista; stiamo andando in ben altri villaggi, quelli della missione di Ismani in Tanzania, nel cuore dell’Africa nera. Comunque per il momento siamo su un aereo. Men­tre pranziamo, mi accorgo che stiamo sorvolando il deserto. Penso che in questo momento qualcuno lo sta attraversando su dei camion per raggiungere la costa, libica probabilmente. Magari qualcuno proviene anche dal paese nel quale stiamo andando io e i miei amici. I miei amici sono Roberta, la responsabile del programma di adozioni a distanza, Andrea, Elena, Vicky, Gerlando, Emanuele e Anna Maria.

28 luglio. In mattinata, molto presto, arriviamo a Dar es Salaam, l’ex capitale della Tanzania e sicuramente la città più grande e probabilmente più ricca. L’impatto con la prima città africana è abbastanza forte. Alle 7,00 del mattino c’è già un sacco di gente per strada. La città è grande, trafficata, inquinatissima. Per le strade gruppetti di persone stazionano ai bordi, forse cucinano qualcosa, c’è del fumo, molti camminano speditamente. Ci sono donne con le classiche vesti africane multicolori (le kanga); alcune di loro portano delle cose sulla testa (secchi, ceste, balle) con grande maestria. Attraversiamo delle zone in cui le case sono solo baracche col tetto di lamiera. Siamo osservati con curiosità e per la prima volta sento la parola che sentirò tante altre volte: Mzungu! Vuol dire uomo bianco, più sottilmente, europeo.

30 luglio. Oggi si parte per Ismani. Il viaggio verso la missione dura circa cinque-sei ore ma non è affatto noioso. Per strada ci fermiamo anche in un posto di sosta, subito ribattezzato l’Autogrill, dove mangiamo patate fritte, spiedini di carne e frittata, di patate ovviamente, che il tizio ci incarta grondanti olio in fogli di giornale. Lì mi rendo conto che forse per tutto questo viaggio non devo aspettarmi molto in tema di igiene. Arriviamo a Iringa nel pomeriggio e poi, dopo un’oretta circa di jeep su strada sterrata e malandatissima, a Ismani. In missione veniamo accolti da un canto e una danza di karibu, benvenuto!

31 luglio. Mi sveglio molto presto e vado in chiesa. Metà della chiesa è piena di persone, uomini da una parte, donne dall’altra, più o meno come nei nostri paesi. Si alza un canto, praticamente celestiale, con una seconda voce in registro basso da restarci secchi. Le donne sono tutte avvolte nelle loro kanga coloratissime dalle quali, ogni tanto, sbuca fuori la testolina di un bambinetto piccolissimo. Gli uomini hanno vestiti logori (mi colpisce l’assenza del concetto di moda); da questo punto di vista la differenza tra me e loro è praticamente offensiva. Dopo colazione andiamo in magazzino. È pieno di roba arrivata coi container dall’Italia e dobbiam preparare dei sacchi da portare nei vari villaggi, nel giro che faremo per le adozioni. Mi viene duro pensare che stiamo portando in dono della roba smessa e che dall’altra parte l’accoglieranno come fosse chissà cosa; come mi viene duro pensare, dal quel poco che ho visto, che l’unica cosa che il mondo occidentale fa per loro è proprio questa: mandare container di vestiti smessi  e scarpe vecchie.

1° agosto. Oggi è domenica, per cui si va a messa. Non dura meno di due ore! Fanno un canto a ogni pie’ sospinto; ogni tanto entrano gruppetti di bambine danzanti e la musica è fatta di organo, tamburi e tamburelli, in più c’è un tizio che balla con le cavigliere. Mi pare che comunque tutto si svolga in una bella atmosfera di gioia, cosa che certamente manca nelle nostre chiese. Finisco all’estrema destra della chiesa, in un posto pieno di bambini. Li osservo attentamente: sono vestiti spaventosamente. Alcuni non hanno le scarpe e in generale credo che nessuno di loro abbia mai avuto nulla di nuovo. Indossano quello che noi buttiamo, e in più, quello che gli tocca in sorte dal magazzino, per cui si vedono magliette di tutti i tipi (furoreggiano quelle di una parrocchia di Ravanusa), giacchini e completini che qui da noi andavano dieci anni fa. Siccome è domenica, le bambine soprattutto, hanno la roba più bella, non importa se è un giubbotto in pyle e fa un caldo porco; alcune hanno vestitini di tulle e merletti che le nostre bambine non metterebbero più neanche sotto tortura. Qui sono l’ultima frontiera del lusso.

3 agosto. In mattinata andiamo al villaggio di Mikong’wi, dal quale iniziamo il nostro giro, e qui visitiamo la scuola e ci intratteniamo coi bambini. Il loro corredo scolastico è costituito da un quaderno e una matita e basta. Penso ai miei alunni con gli zainetti Invicta con dentro penne nere blu rosse verdi, quaderni grandi e piccoli, pennarelli, gomme e matite, colori a cera a spirito e di legno, astucci temperamatite bianchetto diario ma anche evidenziatori forbicine e colla oltre che compassi righe e squadrette. Perché tutta questa differenza? Dopo la messa, facciamo il lavoro delle adozioni. La cosa è piuttosto semplice anche se a lungo andare pesantuccia: il bambino o la bambina già adottati, accompagnati da un familiare, vengono ascoltati su come vanno a scuola, sulla famiglia e tutto il resto; dopodiché si fa loro una foto da mandare alla famiglia adottante e gli si dà il famoso sacchetto con il vestiario e i quaderni. Poche volte i bambini vengono coi propri genitori. Per il semplice fatto che non li hanno. L’AIDS sta decimando la popolazione della Tanzania e in generale dell’Africa, ovviamente nell’indifferenza della comunità occidentale. A Mikong’wi abbiamo 40 bambini e 16 nuove adozioni. Alla fine del lavoro la signora Ernestina ci invita a pranzo. Mangiamo ugali, la polenta bianca e solida di farina di mais, che abbiamo imparato a mangiare facendone palline e intingendole nel brodo di pollo o nella zuppa di fagioli. Alla fine del pranzo ci offrono Coca-Cola, Fanta e Sprite. Eh, sì, perché dimenticavo di dire che qui in Tanzania tutto manca tranne la Coca-Cola. Ce la offrono quasi fosse uno status symbol, una cosa che li avvicina a noi, come a dire “beh, non siamo poi così distanti, anche noi abbiamo la Coca-Cola”. Spesso quando andiamo in giro per villaggi sulle strade polverose e scassate ci capita di incontrare il camion rosso e maestoso della Coca-Cola Company.

4 agosto. Di mattina diamo una mano in magazzino e al sanatorio, per trasferirlo dal vecchio sito al nuovo, una delle casette di questo nuovo quartierino che stanno costruendo con le raccolte per la missione e che si chiamerà Nyumba Yetu, la nostra casa. Con noi c’è Emanuele, un giovanissimo medico napoletano che se potesse curerebbe tutta l’Africa; sono molto colpito dal suo spirito di servizio, dalla sua forza interiore e dal suo entusiasmo. Nel pomeriggio andiamo al villaggio di Kigasi, dove mi sembra se la passino abbastanza male. Mi pare, infatti, di riscontrare alcune differenze tra un villaggio e l’altro. Kigasi mi pare proprio messo male. Ed è qui che penso a tutta l’ipocrisia dell’occidente verso il Terzo Mondo, in particolare mi  vengono in mente le riunioni del G8, dove gli otto più grandi buffoni della Terra si riuniscono, blindano intere città, reprimono il dissenso e dicono di voler risolvere i problemi del mondo. Non c’è dubbio: non hanno mai parlato di Kigasi.

6 agosto. Ieri siamo andati a Igula mentre il villaggio di oggi si chiama Usolanga. Vi operano delle missionarie laiche: Maria Ausilia, che ricorda istintivamente Ugo Tognazzi (in suo onore organizziamo una supercazzola prematurata) e Rita, una donnetta canuta di Cuneo che non si riesce a far stare zitta. Hanno messo su un piccolo ospedale di maternità e pediatria dove le donne vanno a partorire o a curare i bambini malati. C’è anche una giovane donna masai con due minuscoli gemellini nati di sette mesi, tutti pelle e ossa. Rita è pessimista sulla loro sopravvivenza.

8 agosto. Ieri il villaggio di Chamndindi è venuto in missione per le adozioni, stamattina, invece, si va a Ikengeza. Alla sera, mentre stiamo in missione becco Emanuele e Andrea che parlano di una cosa alla quale penso da alcuni giorni, e che mi spaventa un po’. E cioè del fatto che a lungo andare ci abituiamo alle cose che stiamo vedendo; la miseria più nera, il bisogno, la siccità, la malattia rischiano di diventare ai nostri occhi, cose normali, già viste. E se da una parte questa sorta di spirito di sopravvivenza ci aiuta a superare situazioni difficili, dall’altra ci fa rischiare di considerare come normale questa realtà durissima e in qualche modo di perderne il contatto e il senso della gravità. E del resto, se i primi giorni trovavo terrificante vedere bambini scalzi, adesso, dopo una settimana quasi non ci faccio più caso, eppure sono gli stessi bambini di prima. È, appunto, lo spirito di sopravvivenza o una patina di più vile cinismo?

9 agosto. Nel pomeriggio vengono in missione i villaggi di Ivangwa e Khiorogota. Stamattina ho ricevuto un messaggio di Teresa al telefonino che mi diceva che ad Agrigento c’è una nuova emergenza immigrati. Stanno cercando disperatamente dei posti dove ospitare qualche decina di persone che da giorni dormono alla stazione. Pare sia cosa abbastanza seria e mi dispiace non esserci anch’io. La sera, a cena, il sarto Fabian e mama Samueli la dottoressa, vestiti in costume tipico, ci fanno dono di due polli e di farina di mais per ringraziarci del lavoro che stiamo facendo per loro. Sono commosso e sopraffatto dalla loro semplicità e generosità.

10 agosto. In mattinata prepariamo sacchetti in magazzino, di pomeriggio andiamo al villaggio di Iguluba dove, dopo la messa, facciamo la solita storia delle adozioni. Ogni bambino è portatore di una storia tragica, che parla di padre o madre o entrambi i genitori morti, perlopiù a causa dell’AIDS; di nonne o zie o talora vicine di casa che si prendono cura di loro e di altri 4-5 fratellini; di mamme andate via e mai più tornate e delle quali non si sa più nulla, etc… A volte è il bambino stesso a non presentarsi e alla nostra richiesta di dove sia, qualcuno ci risponde “he died”, è morto. Quelli che vengono sono vestiti in maniera terrificante, a volte al limite del ridicolo (se a qualcuno di loro la lotteria dell’abito usato ha concesso in sorte un pigiamino, quelli vanno in giro in pigiama, non si scappa!). In loro però riconosco dei segni, gli stessi che ritrovo nei bambini italiani. Sono allegri, scherzano, ci guardano e ridacchiano tra di loro, ci prendono in giro. Questo mi dà speranza: sono bambini normali. Sono bambini.

18 agosto. Ieri pomeriggio abbiam fatto le adozioni del villaggio di Ngano. Oggi mattinata libera, per modo di dire visto che c’è da dare una mano a Elena e Andrea in magazzino, e di pomeriggio adozioni del villaggio di Uhominyi. Oggi sono un po’ triste perché a casa c’è il battesimo di mia nipote, Sofia. Mio fratello avrebbe voluto che fossi io a battezzarla. Vorrei trovarmi a casa, almeno per oggi, con la mia famiglia e i miei nipoti e dir loro della fortuna che hanno avuto.

19 agosto. Si prevede un’altra giornata pesante visto che oggi dobbiamo andare in due villaggi: Nyang’olo e Kibaoni. Nel primo ci fanno un’accoglienza splendida. C’è un coro di ragazzine che canta canzoni di benvenuto. Anche le adozioni vanno molto bene. Roberta è bravissima, tutto fila senza intoppi e alla fine ci sono degli altri canti e balli di ringraziamento. Non c’è dubbio: mi unisco al ballo! Il canto si svolge così: il coro intona il ringraziamento, fai conto alla Madonna, poi il capocoro dice qualcosa tipo “i vestiti”, e tutti “grazie per i vestiti”; poi “il sapone”, e tutti “grazie per il sapone; “i quaderni”, “grazie per i quaderni” e così via. Non so se mi spiego, un intero villaggio ci ringrazia per dei pidocchiosissimi vestiti usati. Così va il mondo. Poi ci invitano a pranzo e ci danno la Coca-Cola. Meno male!

20 agosto. Stamattina andiamo a Makadupa. Il villaggio è veramente messo male; si trova in mezzo ai baobab e ha una minuscola chiesetta di fango. Prima di cominciare vengo assediato da un gruppo di bambini che mi stanno addosso per vedere il telefonino, col quale sto armeggiando; mi sembra di essere un marziano. Quando lo faccio vedere ai miei alunni, praticamente mi mortifico: tirano fuori cellulari supertecnologici con macchina fotografica, suonerie polifoniche e tutto il resto. A Makadupa c’è una ragazzina di dodici-tredici anni alla quale il destino ha giocato uno scherzettino niente male. Praticamente cammina poggiando non sulla pianta del piede ma sul collo. Non è facile da capire, anch’io ci ho messo un po’, poi mi sono accorto che aveva i piedi completamente capovolti. Tuttavia camminava abbastanza bene, per quanto si aiutasse con un bastone. In Italia l’avrebbero operata da piccola e le avrebbero dato un’infanzia normale. Ma qui non siamo in Italia, qui siamo in Africa.

21 agosto. Di mattina viene il villaggio di Mangawe, di pomeriggio Ndolela. E di quest’ultimo villaggio era un bambino di circa tre anni. Mentre andava via, Roberta ci ha detto che aveva perso la mamma sette giorni prima. L’ho guardato mentre si allontanava con un ragazzo, probabilmente un vicino di casa, che era venuto con lui perché nessuno aveva potuto accompagnarlo. Credo non lo dimenticherò mai più.

23 agosto. Dopo pranzo andiamo a Mkungugu. Lì c’era, tra gli altri, una bambina di un paio di anni che vive con la bisnonna. Quelli delle generazioni di mezzo erano tutti morti. Che cura può avere una bisnonna ultraottantenne di una bimba di due anni?

            24 agosto. Oggi alla missione viene il villaggio di Lugolola per le adozioni. Mi sconvolge sempre vedere questi gruppi di persone, perlopiù donne e bambini, seduti a terra per delle ore, aspettando un sussidio che viene loro solo dalla buona volontà dei singoli e non certo da quella dei governi degli stati ricchi. Alla fine delle adozioni, seduto su uno sgabello cercando di rilassarmi comunico una riflessione a Karolo, uno dei seminaristi della missione. “Pensa un po’ – gli dico – pensa se il costo una sola delle bombe che giornalmente vengono sganciate sulle città dell’Iraq venisse usato per sfamare la gente. Credo si riuscirebbe a sfamare il villaggio di Lugolola per almeno un anno, no?” Mi guarda in maniera compiaciuta, quasi avesse davvero trovato il modo per sfamare Lugolola. Lui a questo non ci aveva mai pensato eppure come riflessione, lo ammetto, non mi sembrava un granché.

25 agosto. Oggi facciamo i villaggi di Mkulula e Nyakavangala e finiamo il giro attraverso le vite devastate dei tanti bambini della missione di Ismani: vite vissute al ritmo della miseria, della precarietà, della malattia e della morte. L’ho già detto ma mi colpisce questa cosa che raramente un bambino ha entrambi i genitori vivi, quando capita ce lo comunichiamo come fosse cosa rara. E difatti lo è. L’AIDS sta ammazzando un popolo e sta lasciando soli milioni di bambini, il tutto sotto lo sguardo finto commosso dell’Occidente, al quale appartengo, che guarda dalla finestra questa scena di morte e devastazione e non si decide a porre fine al massacro.

26 agosto. Oggi è l’ultimo giorno alla missione, domani si parte, per cui la giornata dovrebbe trascorrere tra lavoretti di routine e preparazione di valige. C’è anche il tempo per un filo di bucato (tanto, per quanto lavi, le cose rimangono sempre gialline). In tarda mattinata andiamo alla Secondary School di Ismani. Di insegnanti neanche l’ombra, per cui ci intratteniamo con dei ragazzi di una classe ai quali non è sembrato vero di fare una pausa. Uno di loro a un certo punto, mi chiede a bruciapelo “come mai voi che siete di un paese ricco venite in un paese povero come questo; cosa potete fare per noi?” La domanda mi mette profondamente in crisi, anzi mi fa sentire una vera merda. Difatti, cosa possiamo fare per loro? Questa è una delle cose che sto capendo da questo viaggio in Africa: per quanto tu faccia qualcosa per loro, hai come l’impressione di non aver fatto nulla. C’è talmente tanto da fare che tutto quello che fai è molto simile a zero. Nulla cambia e tutto rimane come prima. La sensazione di impotenza mi lacera. Alla sera, a cena riceviamo il saluto di tutti e il loro ringraziamento. Credo dovrei essere io a ringraziare loro

31 agosto. Dopo qualche giorno a Dar es Salaam, oggi ripartiamo per l’Italia. Dall’aereo rivedo il deserto. Credo di aver capito, adesso, cosa spinge i migranti a partire da casa propria e tentare questo viaggio terrificante nel deserto; credo di aver capito cosa li spinge a saltare su un barcone e affrontare il Mediterraneo. Certo, è il bisogno di fuggire da condizioni di vita inumane. Ma quello che non capisco è perché al loro arrivo in Italia tutto quello che troveranno sarà un comodo CPT o un veloce aereo che li riporterà in Libia. Ma questa è un’altra storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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